Luna di Miele a Parigi

26-febbraio

Luna di miele a Parigi è un libro di Jojo Moyes pubblicato nel 2012 ed edito da Mondadori nel 2014.

Il libro di piccole dimensione, conta infatti nemmeno 90 pagine, narra delle vicende amorose di due coppie appena sposate e, come è facilmente deducibile dal titolo, in luna di miele a Parigi.

La prima coppia che incontriamo è quella di Sophie e Édouard Lefevre. Sophie è una ragazza di provincia che, prima del matrimonio, lavorava come commessa presso La Femme Marché. Lui un artista stimato ma senza il minimo interesse a riscuotere il giusto pagamento.

Le vicende della loro luna di miele sono ambientate durante la prima guerra mondiale.

La seconda coppia è composta, invece, da Liv Halston e suo marito David: lei una giovane donna laureata in cerca di occupazione, lui un architetto sulla buona strada per il successo, vivono lo stesso idillico periodo ma circa un secolo dopo.

La storia, per quanto prevedibile e spudoratamente romantica, colpisce nella sua estrema semplicità. La narrazione scorrevole e poco arzigogolata traccia una precisa caratterizzazione di tutti i personaggi mentre spesso, soprattutto nei romanzi rosa, questo viene lasciato al caso o alla libera interpretazione del lettore. In secondo luogo, in poco più di 80 pagine, vengono descritti tutti i gli stadi del sentimento contemplati da una normale relazione, dall’amore tenero a quello passionale, dalla naturale gelosia alla paranoia, fino ad arrivare allo sconforto, alla rabbia e poi il perdono.

Per quanto possa sembrare paradossale la luna di miele, come la descrive l’autrice, non sempre è sinonimo di un periodo d’oro, ma al tempo stesso prelude a ciò che sarà del futuro matrimoniale di ogni coppia.

Un libro leggero e dolce, per quanto prevedibile non noioso, adatto a chiunque cerchi una lettura non impegnata ma che lasci il sorriso, non eccessivamente romantica ma dall’incanto poetico, per chi vuole sognare senza staccare i piedi da terra.

A presto con il seguito La ragazza che hai lasciato,

Miriam

Il giro del mondo in 80 giorni

19-febbraio

 

Il giro del mondo in 80 giorni è una delle opere più famose dell’autore francese Jules Verne, pubblicato per la prima volta nel 1873, è considerato un classico d’avventura.

Come è facilmente intuibile dal titolo, il libro tratta del giro del mondo effettuato in 80 giorni dall’inglese, ricco, celibe e abitudinario, Phileaps Fogg e dal suo servitore Gambalesta. L’espediente, che da inizio all’avventura, è una scommessa tra il nostro protagonista ed altri membri del Reform Club di cui l’inglese è socio. Tra coincidenze, incontri, salvataggi improbabili e fughe improvvise, si srotola il filo della storia trasportando il lettore in luoghi esotici e stranieri al limite della fantasia.

Romanzo d’avventura e classico giovanile, è stato sviscerato in ogni sua parte e in ogni dove su internet, perciò trovo inutile dilungarmi in una dissertazione critica di cui non ho né le competenze né le capacità, ma penso sia più giusto parlare del mio personale approccio a questa lettura.

Il giro del mondo in 80 giorni si trova nella mia libreria da oltre 10 anni, un regalo d’infanzia completamente dimenticato. L’ho ritrovato qualche giorno fa e per curiosità, o più  probabilmente per la mia mania dei classici, ho cominciato a leggere.

Il tema principale del romanzo è sicuramente il viaggio. Quando si parla di un viaggio se ne intendono in realtà due: quello interiore e quello fisico. I protagonisti non ritornano alle loro vite nello stesso modo in cui erano partiti,  come spesso accade  nella vita, i viaggi: arricchiscono,trasformano, comprendono, forgiano, mostrano i veri valori.

Cosa mi porto dentro di questo libro? Sicuramente la voglia di viaggiare! La meticolosa descrizione di Verne mi ha fatto sognare paesaggi ad occhi aperti, dei quali adesso mi è rimasta la curiosità di vederli personalmente.

Ci sono libri che capitano proprio al momento giusto. Quando ho letto Il giro del mondo in 80 giorni stavo vivendo un periodo in cui tutto sembrava non funzionare o comunque non funzionare per il mio verso, per quello che ritenevo corretto, non so se Verne voleva lasciare anche questo messaggio, ma quello che ho colto è che non sempre quello che vogliamo ottenere è tanto importante come quello che abbiamo già ottenuto e questo libro, in un modo che scoprirete leggendolo, ne è la prova.

Consigliato a chi è attento, a chi viaggia e a chi piacerebbe, a chi ha un buon amico, a chi casca sempre in piedi, a tutti quelli insomma a cui piace leggere, sognare e credere che anche da un libro possano uscirne ottimi suggerimenti.

A presto, Miriam

 

Le mie cene con Edward

29-gennaio

 

Le mie cene con Edward è un libro di Isabel Vincent, edito da Garzanti, nelle librerie da  novembre 2016.

Lo avevo notato subito per la bella copertina. Mi ricordava il Natale, le feste, la compagnia e così visto che cercavo qualcosa da leggere per entrare nel mood natalizio l’ho comprato, poi i vari impegni hanno preso il sopravvento e la lettura è stata rimandata a questo mese.

Ho riflettuto molto su questo libro e su come scrivere questa recensione: per la prima volta mi trovo in un’ambiguità di giudizio.

Ma cominciamo con la trama, vi riporto ciò che c’è scritto nel risvolto della  sovraccoperta:

“È una fredda sera d’inverno e le vacanze di Natale sono da poco trascorse, quando Isabel bussa svogliatamente alla porta di Edward. In quel momento vorrebbe non aver mai promesso alla sua migliore amica di fare compagnia al padre mentre era fuori città. Ancora non può sapere che quell’anziano signore che in cucina sta preparando uno squisito arrosto e un soffice soufflé è un cuoco straordinario, e sta per cambiarle per sempre la vita. Con quella cena ha infatti inizio una delle più improbabili amicizie: lui ha 93 anni, e non pensa ad altro che alla sua amatissima moglie da poco scomparsa; lei di anni ne ha soli 40, e dopo l’ennesima delusione sentimentale ha deciso che non si fiderà mai più dell’amore. Ma giorno dopo giorno, quasi senza accorgersene, sia lei sia Edward si scopriranno di nuovo capaci di sorridere e di gioire, pronti a scoprire il sapore dimenticato della felicità.”

Di solito, quando mi approccio ad una nuova lettura, cerco, per la prima parte del romanzo, di entrare in relazione con il protagonista, cerco similitudini nei comportamenti, nelle amicizie, nelle scelte, nei discorsi qualcosa che lo possa ricondurre a me. Spesso accade quando si tratta di storie di rinascita, formazione o biografie, so che forse non è il metro più adatto per giudicare ma a mia discolpa posso dire che non capita sempre. Perché ho parlato del mio approccio alla lettura perché in Isabel non ho visto nulla di me, forse perché non siamo coetanee o forse perché non ho mai subito delusioni d’amore (lo so, sono fortunata! Ho conosciuto l’uomo della mia vita a 16 anni e il prossimo anno me lo sposo!) ad ogni modo non sono riuscita ad entrare in relazione con lei e perciò credo di non aver colto in pieno il messaggio del libro.

Il romanzo è ben scritto e ben strutturato, ti accompagna nelle vite dei protagonisti portata dopo portata. Le cene con Edward non saranno il semplice sfondo della storia, ma la colonna portante su cui tutto l’impianto narrativo si regge.

Alcuni aspetti mi hanno colpito. Primo tra tutti: l’ambientazione, siamo abituati a leggere o vedere storie ambientate nella sfavillante e sempre attiva New York, la maggior parte delle volte vista da Manhattan, il romanzo invece copre tutto un altro distretto: Staten Island, decisamente meno accattivante del primo, ma allo stesso tempo con la sua ragion d’essere.

Un altro aspetto, forse un po’ più banale: è la cucina o meglio il modo di cucinare. Edward non solo sceglie i migliori ingredienti della città ma anche il miglior modo per abbinarli, cucinarli e servirli, e a me, che sono a mala pena in grado di accendere il forno, ha creato un senso di sfida,  di mettermi alla prova in un ambito fino ad ora inesplorato, perché è vero che la buona cucina suscita il buon umore e di buon umore si fanno scelte migliori.

Ma ciò che più mi ha colpito di questo romanzo è la sincera amicizia tra Isabel ed Edward, fatta di confidenze, di rimproveri e sorprese, è vero che nei momenti di difficoltà avere un amico accanto può salvarti.

Per concludere è una storia che si può riassumere nella frase che troviamo scritta sulla copertina “L’amore per la vita è un piatto che va servito caldo”.

Un libro che non mi sento perciò di bocciare. Vi invito tutti a leggerlo e a rifletterci su, dai più giovani ai meno giovani, da chi è innamorato e a chi dell’amore non ne vuole sapere nulla, da chi ama cucinare e a chi mangiare, a tutti coloro che amano la vita nonostante tutto.

Alla prossima,

Miriam

 

Il Parnaso Ambulante

15-gennaio

 

Ed eccoci ritrovati con la prima recensione del 2017. Il Parnaso Ambulante è un romanzo scritto da Christopher Morley nel 1917 e pubblicato, nella versione italiana, da Sellerio Editore nel 1992.

Il libro, che conta poco più di 100 pagine nel formato della Sellerio, narra la storia di Elena McGill. Dopo una vita dedicata al fratello e alla loro fattoria, acquista da Roger Mifflin, un venditore di strada, il “Parnaso ambulante”: un carro, contenente il più svariato genere di libri da vendere nelle campagne della Nuova Inghilterra. Ha inizio così la sua avventura.

Tre sono, a mio parere, i temi principali di questo storia: l’amore, il viaggio e l’emancipazione. Analizziamoli ordinatamente.

L’amore è un tema che fa ancora scrivere di sé. Ci sono amori romantici, poetici, tormentati, nascosti, non corrisposti ma quello descritto nel “Parnaso Ambulante” è un altro tipo d’amore di cui sarebbe meglio parlarne attraverso le parole di Roger Mifflin:

Quando si vende un libro ad una persona, non gli si vendono soltanto dodici once di carta con inchiostro e colla, gli si vende un’intera nuova vita. Amore e amicizia e umorismo e navi in mare di notte; c’è tutto il cielo e la terra in un libro, in un vero libro intendo[…]è un nuovo campo d’azione, ma per le ossa di Whitman, ne vale la pena! è questa la cosa di cui ha bisogno questo paese: più libri!

Inutile dire che per me amante, lettrice e commerciante di libri ritrovare questa frase è stato come leggere un mio pensiero espresso in maniera decisamente più eloquente.

Il viaggio è un tema molto caro agli autori americani, sottintendendo con esso non solo un viaggio fisico ma personale, di crescita e libertà. Il viaggio non fa da sfondo alla storia né è utilizzato come espediente narrativo ma è esso stesso l’essenza del racconto, dove insieme allo svolgersi dei paesaggi si svolge la riscoperta personale di Elena. Vi ritroverete a viaggiare con lei.

L’ultimo tema da me evidenziato è l’emancipazione. Il romanzo si apre su Elena McGill, una donna di 39 anni che si autodefinisce grassa. Vive in una fattoria con il fratello, felice della sua condizione, finché questi non decide di diventare scrittore e da lì iniziano i loro problemi. Penso che più la volontà del fratello di diventare scrittore e accantonare i suoi doveri nella fattoria, quello che stizzisce Elena è la sua personale incapacità di trovare un posto nel mondo e di vivere veramente secondo i suoi desideri. Dopo una vita passata a rincorrere  il tipo ideale di altri è difficile porsi, in tarda età, certe domande. Sarà il Parnaso a risvegliare in Elena la forza e la volontà di riprendere in mano la sua esistenza.

Un libro che personalmente terrò nel cuore per svariati motivi. In Elena ho rivisto la me di due anni fa, nonostante la differenza di età molto spesso, in passato, mi sono posta le sue stesse domande, sono stati i libri ad aver risposto per me.

Consigliato vivamente a tutti: ai lettori appassionati, agli innamorati, a coloro che viaggiano, a quelli che parlano solo di libri, a quelli che si sentono troppo giovani per certe cose e a quelli che si sentono troppo vecchi, a  quelli che di questa passione ne hanno fatto un lavoro, a coloro che, come Roger ed Elena, fanno circolare, a modo loro, buoni libri!

A presto, Miriam

Reading Challenge 2017

8-gennaio

Reading Challenge 2017

  • Una raccolta di storie
  • Un libro sull’oriente
  • Un libro romantico
  • Un libro con l’autore con il tuo nome
  • Una graphic novel
  • Un libro di fiabe o favole
  • Un libro che parla di libri
  • Un thriller
  • Un libro storico (non per forza realistico)
  • Un libro che racconta di una malattia
  • Un libro che hai amato da bambino
  • Un libro magico
  • Un libro con meno di 100 pagine
  • Un classico russo
  • Un classico inglese
  • Un classico italiano
  • Un classico francese
  • Un best seller del 2016
  • Un best seller del 2015
  • Una saga
  • Un libro che parla di viaggi
  • Un libro usato
  • Un libro comprato in un’altra città
  • Un libro regalato
  • Un libro auto regalato
  • Un libro con protagonista femminile
  • Un libro con protagonista maschile
  • Un libro che consiglieresti a tutti
  • Un libro di fantascienza
  • Un libro horror
  • Un libro con un fattore atmosferico nel titolo
  • Un libro con un’emozione nel titolo
  • Un libro con il nome di una città
  • Un libro con il nome di un paese
  • Un libro con una festa nel titolo
  • Un libro con un numero nel titolo
  • Un libro che ti ricorda un momento felice
  • Un libro che ti ricorda una persona
  • Un libro menzionato in un altro libro
  • Un libro menzionato in una serie tv
  • Un libro menzionato in un film
  • Un libro in cui è stato fatto un film nel 2016
  • Un libro preso con i saldi
  • Un libro preso dalla libreria dei tuoi genitori/ amici/ parenti
  • Un libro della biblioteca
  • Un libro che hai paura di leggere
  • Un libro di un autore che ami
  • Un libro di cui sei scettico
  • Un libro che ti hanno consigliato
  • Un libro che ti faccia ricordare l’anno trascorso

Piccole Donne

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Piccole donne è il più famoso romanzo di Louisa May Alcott che pubblicò, per la prima volta in un unico volume, nel 1880.

Il romanzo racconta la storia delle quattro sorelle March: Meg, Jo, Beth ed Amy. Le ragazze vivono con la madre, mentre il padre è in guerra, trascorrono le giornate con il caro amico Laurie e, tra i problemi adolescenziali, crescono diventando piccole donne.

Come sempre, quando recensisco un classico, non posso che approcciarmi in punta di piedi perché, come ormai saprete, è sempre difficile parlare di un libro di una certa portata; perciò, più che decantarne le lodi e confermare quanto sia indiscutibilmente adatto ai ragazzi, preferisco parlare del mio personalissimo approccio a quest’opera.

Piccole Donne è stato il mio primo romanzo, avevo circa 8 anni e già una vena romantica angloamericana. è il libro che più di tutti mi ha cambiato la vita e non per la storia in sé, di cui vi dirò più in là, ma perché con la delicatezza dei romanzi di un tempo e la narrazione leggera adatta all’età mi ha accompagnato per mano in un mondo fatto di avventure, sogni, luoghi sconosciuti, amori romantici e tragedie che attraverso l’amore per questo libro e poi per la lettura non ho più abbandonato.

La storia delle sorelle March ci sembra così lontana nei tempi e nei modi da non sembrare adatta ai ragazzi di oggi, eppure superato il primo approccio si nota come Piccole Donne sia in realtà più attuale che mai. Nonostante parli di 4 ragazze non si limita a descrivere un comportamento femminile ma più semplicemente umano. Si fa spesso riferimento a come modulare la propria impulsività, valutare le priorità, che l’essere viene prima dell’apparire, a come le persone tutte, ricche o povere che siano, hanno molto più valore del possesso e che ognuno di noi porta con sé un dono che va scoperto, curato e lasciato fiorire.

Una storia di altri tempi ma forse no, una storia adatta ai più piccoli ma che non disdegnerei da adulta, una storia che insegna e che aiuta a crescere come le quattro Piccole Donne.

Quale è stato il vostro primo romanzo? Fatemi sapere con un commento!

Miriam

 

Dopo di Te

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Nonostante il fatto che io non sia mai stata un’amante dei sequel, soprattutto se non pensati sin dall’inizio, come nel caso di Harry Potter, ho affrontato il libro senza essere prevenuta nei suoi confronti. Ho amato Io prima di te e pensavo di potermi innamorare di Dopo di te. Non è stato così.

Procediamo con ordine: Dopo di te è l’attesissimo seguito di Io prima di te scritto da Jojo Moyes e pubblicato da Mondadori nel maggio del 2016. Ritroviamo Louisa due anni dopo la morte di Will  intenta a fronteggiare una serie di vicissitudini che sconvolgeranno nuovamente e completamente la sua vita.

Ora, dopo averlo presentato, concedetemi di passare alle critiche. Perché non mi è piaciuto? Potrei dire tante cose ma, per evitare spoiler, mi limiterò a descrivere due macro problemi che ho riscontrato nel corso della lettura, o almeno lo sono stati per me.

In Io prima di te lasciamo Louisa alle prese con la sua nuova vita, con in mano la lettera di Will, un conto a lei intestato, tante cose da fare e il suo immenso dolore. Nel mio immaginario Louisa avrebbe pianto la scomparsa di Will ma avrebbe “vissuto bene”, come lui le aveva chiesto nella lettera, possibilmente realizzando il sogno di iscriversi ad una scuola di moda, oppure cercando casa e trovando, forse, poi un nuovo amore. Tutte le mie illusioni si sono scontrate con la triste realtà del libro e tutto quello che io volevo solo immaginare è diventato realtà…

Un altro grande problema è che tutta la storia ha dell’incredibile! Già in Io prima di te avevo avuto questa sensazione, ma il tema trattato e  le forti emozioni provate l’hanno acquietata; qui, invece, è uscita più prepotente che mai! Non credo sia possibile nella vita reale vivere, o gestire, tutte queste situazioni, nonostante certo al giorno d’oggi se ne sentano di tutti i colori! Questo seguito mi è sembrato sforzarsi di voler dare un senso ad ogni cosa fino all’inverosimile, quando non sempre tutto ha un senso e questo era il vero punto di forza di Io prima di te.

Il libro, per intenderci, è ben scritto, come nello stile della Moyes, ed è inutile dire che non è assolutamente ai livelli di Io prima di te, dato che nessuno se lo aspettava. Resta il fatto che, personalmente parlando,  poteva non essere scritto o almeno io avrei preferito non leggerlo,  e so che questa opinione potrebbe scontrarsi con quella di molti voi lettori. Non voglio certamente convincere nessuno, ognuno in coscienza scelga se leggerlo o meno, poi tornate qui così ne possiamo parlare insieme.

Aspetto vostri commenti, alla prossima recensione!

Miriam.

 

 

 

Leggere la disabilità

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Ci sono libri che è impossibile non divorare, altri assaporare e altri per cui bisogna sedersi, munirsi di carta e penna , e leggere con calma. è questo ultimo il caso di Leggere la disabilità di Martina Naccarato, edito da Gattomerlino e pubblicato nell’agosto 2016.

Martina Naccarato, classe 1988, è una ragazza disabile di Arezzo che  recentemente si è laureata in Lingue e Letterature Europee Americane e, in questo libro, è contenuto il nucleo essenziale della sua tesi di laurea.

Come si intuisce dal titolo, il saggio tratta della disabilità. L’argomento, per quanto delicato e a volte controverso, viene affrontato dall’autrice in maniera diretta, senza mezzi termini e senza indorare la pillola. Il testo si può dividere in tre sezioni: nella prima è esposta la tesi, nella seconda  si riportano esempi a favore della tesi, nella terza si leggono testimonianze reali.

Nella prima parte l’autrice definisce la disabilità attraverso due macro concetti, quello della diversità e quello di normalità. Queste due idee, che sembrano contrapporsi l’una all’altra, stando all’analisi dell’autrice, sono in realtà costruzioni mentali dal momento che in natura ogni cosa è differente. L’autrice conclude affermando che è solo attraverso la letteratura e il cinema, con la loro capacità di narrare l’inenarrabile, che si può guardare oltre la diversità dell’altro.

Nella seconda parte si riportano esempi di supporti letterari (Libri Tattili), libri per l’infanzia, romanzi, biografie e autobiografie che, attraverso il modo di raccontare la disabilità e di approcciarsi al mondo del “diverso”, riescono a mettere il soggetto nella condizione di comunicare con l’ “altra parte” del mondo. Una nota a sé merita l’analisi del testo poetico Ti aspetterò alle otto di Pierluigi Lenzi, di cui troviamo la testimonianza più avanti. Le poesie, di cui vengono riportati i testi, mostrano in tutta la loro chiarezza i timori, le paure e l’angoscia che può provare una persona con disabilità, ma allo stesso tempo evidenzia l’ipocrisia di chi pensa di poter capire le emozioni dell’altro, e la forza, la voglia ancora di vivere e di prendere le proprie decisioni.

Nell’ultima sezione l’autrice decide di arricchire la sua tesi, riportando alcune testimonianze di persone che della disabilità hanno fatto la loro forza, tutte diverse e allo stesso tempo tutte simili. C’è chi ha scoperto la malattia in tarda età, chi da giovane, chi ha avuto un incidente eppure tutti a loro modo hanno dovuto “fare i conti” con questa realtà, tutti ne sono rimasti spiazzati ma hanno deciso di reagire e di continuare a vivere.

Pierluigi Lenzi afferma che bisogna imparare “che, per quanto doloroso, i propri limiti vanno riconosciuti e se non si compie questo atto di umiltà il rischio è di intraprendere battaglie sproporzionate rispetto alle proprie possibilità e destinate a fallire“. È  pensiero comune che per affrontare i problemi il miglior modo sia fingere che essi non esistano ma quello che si evince dalle testimonianze è che è il proprio “problema”, la propria disabilità ad essere la vera normalità e la vera forza e che proprio da questa condizione  tutti hanno riscoperto il coraggio di vivere e di affrontare a pieno la vita.

Leggere questo testo non mi ha dato risposte, ma ha fatto sì che mi ponessi molte domande. Non mi ha dato soluzioni, ma spunti di riflessioni. è un saggio consigliato a chi lavora in questo campo, a chi non si è mai approcciato a questo mondo, a chi si chiede cosa può fare di più per gli altri, a chi pensa che non ce la farà, poiché è solo leggendo che si superano le barriere.

Per chi lo desidera sabato 12 novembre alle ore 17 in Via Borgo Vittorio,95 (Roma) l’autrice presenterà il suo saggio!! Io ci sarò e chiunque voglia partecipare è  benvenuto!

Vi aspetto come sempre nei commenti

A presto, Miriam

La ragazza del treno

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La ragazza del treno di Paula Hawkins, pubblicato nell’’edizione italiana da Piemme nel 2015, è stato nominato Libro D’Oro dell’Anno.

Data l’imminente uscita al cinema, ho pensato di intraprendere questa lettura, un po’ per evitare spoiler , un po’ perché sono la classica lettrice che, di fronte alla versione cinematografica del libro, prova un “sadico piacere” nel continuare a ripetere: “Questo nel libro non c’era!”, o ancora “Ma il libro è più bello!”. Lo so: insopportabile, ma questa sono io!

Personalmente, nel recensire questo libro mi sono trovata in difficoltà. Non è semplice raccontare la trama di un romanzo come questo, senza evitare di rivelare qualcosa di troppo, perciò vi riporterò, l’estratto di trama che troviamo nel risvolto della sovraccoperta del libro stesso:

 La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare, non vista, le case e le strade che scorrono fuori e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite, ha perfino dato loro un nome: per lei, sono Jess e Jason, la coppia perfetta dalla vita perfetta. Non come la sua. Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto. La rassicurante invenzione di Jess e Jason si sgretola, e la sua stessa vita diventerà inestricabilmente legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?

Il racconto è definito come appartenente al genere thriller/giallo. È la prima volta che mi avvicino a questo filone letterario quindi spero che i più esperti del settore non se la prendano a male se lo definisco: un bel libro!

Penso, forse da profana, che la riuscita di un romanzo che si presenta come thriller/giallo sia ben sintetizzata in questi tre punti: credibile, appassionante e con un finale a sorpresa. La ragazza del treno li rispetta tutti e tre.

Ma cominciamo con ordine. Ho trovato il libro estremamente credibile: storia possibile, personaggi plausibili, per non parlare dei realistici dialoghi, interiori e diretti. (Questa è un po’ una mia fissa, non so se avete mai letto racconti con dialoghi finti oltre l’inverosimile, potrei citarne tantissimi, ma non è questo il luogo). Il romanzo è avvincente e mi ha lasciato col fiato sospeso fino all’ultimo, con la voglia di scoprirne il finale il prima possibile. Ho letto molte critiche riguardo la storia, anche se comunque le ho trovate insensate, non credo sia giusto giudicare un racconto sulla base delle proprie aspettative, a tal proposito si potrà definire deludente  ma non necessariamente brutto, non senza una spiegazione. Ad ogni modo,non è il mio giudizio! è un libro super consigliato, soprattutto a chi, come me, non ha mai letto romanzi di questo genere.

Ora la mia curiosità è tutta volta alla resa cinematografica, considerando l’introspettività del romanzo mi accontento di una buona dose di suspense e dell’effetto shock sul finale. (anche se è ambientato in America e non in Gran Bretagna…)

Voi cosa ne avete pensato? Andrete a vedere il film?

Fatemi sapere con un commento

A presto,

Miriam

Io Prima Di Te

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“Io Prima di Te” è un libro scritto da Jojo Moyes , edito da Mondadori nel 2014.

Il romanzo narra di Louisa Clark, ventiseienne, che, perso il lavoro da barista, si ritrova senza più alcuno scopo nella vita. La ragazza, volendo aiutare la famiglia, cerca di trovare un altro impiego; e dopo molti tentativi falliti accetta di far da badante, donna di compagnia, infermiera a Will Traynor, un uomo divenuto tetraplegico dopo esser stato drammaticamente investito.

I due, in un primo momento, sembrano odiarsi poi le maschere cadono e il loro rapporto si trasforma, ma non tutto è come sembra…

Nel dare un giudizio fin troppo semplicistico possiamo dire che è un’opera romantica, emozionante a tratti struggente; ma, se vogliamo scendere nel dettaglio, ha sicuramente qualcosa di più delle semplici storie d’amore a cui tutti, più o meno, possiamo essere abituati.

I due protagonisti si “conoscono”, nel vero senso della parola, ed è raro che questo processo venga descritto nei libri; troppo spesso gli scrittori, dai classici ai romanzi moderni, ci hanno abituato a vedere storie d’amore già avviate o storie dove i protagonisti sanno già di esser fatti l’uno per l’altra e nessuno capisce come; Jojo Moyes invece sembra non voler lasciare nulla al caso: descrive una conoscenza fatta non soltanto di sorrisi imbarazzati e convenevoli vari ma di consigli, chiacchiere, confidenze  e risate come nella più vera delle storie.

L’altra particolarità di questa storia sta nel raccontare di due temi estremamente delicati e, per non spoilerare nulla, ne parlerò senza far cenni espliciti: per quanto ognuno possa avere le sue convinzioni sono quasi sicura che nessuno ne uscirà altrettanto certo alla fine.

Un libro assolutamente da leggere!

E voi, cosa ne pensate del libro?  Il film ha soddisfatto le vostre aspettative?

Vi aspetto nei commenti per parlarne insieme!
A presto,

Miriam